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Sono venuto

a portare

 il fuoco

sulla terra

e come vorrei

che fosse

già acceso

 

(Lc 12, 49)

 

 

 

 

                                                                            

        

 

 

 

 

La carità intellettuale del papa teologo

 

 

 

di Paolo GASPARINI

 

 

Benedetto XVI in America

 

 

 

Sono rimasto molto colpito, qualche anno fa, da una conferenza del p. T. Spidlik, oggi cardinale di Santa Romana Chiesa, in cui veniva descritto il modo di vedere della fede e della ragione, filosofica ed empirica, con tre metafore: l’icona, il ritratto e la fotografia.

 

T. Jefferson, uno dei padri della Costituzione americana, nominò F. Bacone, J. Locke e I. Newton “la mia trinità, composta dei più grandi uomini che il mondo abbia mai prodotto, che hanno gettato le fondamenta delle scienze fisiche e morali” (cf. J. F. Stafford, in L’Osservatore Romano del 25/4/08, p.4). In questa affermazione troviamo, se così si può dire, un distillato della autolimitazione moderna della ragione” (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’Università di Regensburg, 12 settembre 2006).

 

Ratzinger…non ha alcun problema con le verità rivelate dalla scienza moderna…non ha da intavolare nessuna polemica con Darwin, Einstein o Heisenberg. Ciò che lo infastidisce è l’idea che la ragione scientifica sia la sola forma di ragione e che qualsiasi cosa che non sia scientificamente dimostrata debba essere esclusa dall’universo della ragione.” (Lee Harris, Il Foglio, 21 settembre 2006, p.1 dell’inserto).

 

Continua Harris: “la soluzione classica che offre la ragione moderna per i problemi dell’etica e della religione è…lasciare che ogni individuo decida autonomamente su tali questioni, in qualsiasi modo desideri” (ibidem, p.2), e più avanti, “se l’uso della ragione o della violenza (della irrazionalità, della emozione, si può  aggiungere) viene lasciato interamente alla scelta soggettiva dell’individuo, allora coloro che scelgono la violenza (i desideri, i capricci, i gusti individuali) distruggeranno inevitabilmente la comunità di coloro che hanno scelto la ragione…poiché essere un uomo ragionevole implica il desiderio di vivere in una comunità formata da altri uomini ragionevoli”.

 

Quindi, “la ragione moderna, malgrado il suo scetticismo sull’etica e la religione, deve rendersi conto del fatto che la sua stessa esistenza e la sua sopravvivenza dipendono da un postulato etico e religioso. Il primo è quello di fare tutto il possibile per creare una comunità di uomini ragionevoli che si astengano dalla violenza (dall’irrazionalità) e preferiscano usare la ragione. Il secondo, quello di preferire la religione che contribuisce di più a creare una comunità di uomini ragionevoli”.

 

Ora, “per quale miracolo gli uomini hanno rinunciato alla forza bruta (la dittatura dei desideri) e hanno deciso di ragionare insieme”? J. Herder, storico, discepolo di Kant, continua Harris, disse che in Europa, e solo in Europa, gli uomini hanno creato la cultura della ragione.

 

Cultura della ragione è quella in cui l’ideale del dialogo socratico, da una parte assertivo, con una sicurezza di sapere e di pensiero che può apparire persino dogmatica, conclusiva – come nel Fedone, la Repubblica, il Flebo  e  dall’altra open-ended, disponibile all’elaborazione del fruitore/lettore, sottraendosi, così, “socraticamente” alla possibile accusa di professare una sapienza dogmatica, ma senza tuttavia ricadere nel nichilismo scettico dei Sofisti, perché proponeva come metodicamente praticabile la ricerca della verità (cfr. M. Vegetti, Platone, Mondadori, 2008, p. 821, 827, 828, 833) è diventato il fondamento dell’intera comunità (Harris, ivi, pag. 2).

 

Insomma, cultura della ragione è quella in cui Socrate incoraggia gli uomini a ragionare con la propria testa: se l’anima deve mantenere il suo ruolo di mediazione (e non di alternativa) fra le polarità di “alto” (trasparente, permanente, universale) e “basso” (opaco, instabile, frammentato), tra i valori e la città, tra la conoscenza degli universali e dei particolari, allora il pensiero dell’uomo, dell’anima, apre un transito, una possibilità di comunicazione fra le coppie polari, assume una nuova e più ampia curvatura (M. Vegetti, ibidem, p. 837, 895).

 

platone e aristotele

 

Secondo Herder, continua Harris, la moderna ragione scientifica era il frutto delle culture della ragione europee, come queste ultime erano il frutto dell’incontro della tradizione di Gerusalemme, la fede biblica, e di Atene, la ricerca filosofica greca, “con la successiva aggiunta dell’eredità romana”.

 

Una prova che dimostra il debito della ragione moderna verso l’eredità cristiana sta sia nella critica della ragione moderna formulata da A. Schopenhauer, filosofo ateo, sia nella convergente idea galileiana di universo scritto a lettere matematiche, derivante dalla realtà di fede della creazione ex nihilo (per Galilei), e da un Creatore intelligente ma immaginario, per il primo.

 

A J. Ratzinger, tuttavia, basta sottolineare quanto questa concezione immaginaria di Dio sia radicalmente diversa, continua Harris, sia da quelle di altre religioni, sia da quelle di alcuni pensatori cristiani stessi. Inoltre, collegato al concetto di Dio Creatore intelligente, sta quello di Dio che si comporta in modo ragionevole con l’uomo, è un mentore, proprio come Socrate: un Dio di cui avere paura non sarà mai un’immagine di Dio degna di essere adorata da un Socrate o da un uomo ragionevole.

 

Il Papa ha, in realtà, lanciato una sfida titanica alla ragione moderna: è davvero una questione di stile di vita, di scelta individuale, di privacy se gli uomini seguono non solo una religione ma anche un ethos che rispetta la ragione umana e si rifiuta di ricorrere alla violenza o alle preferenze individuali per fare nuovi convertiti e per soddisfare le proprie voglie?

 

Persino l’ateo più convinto può davvero rimanere indifferente di fronte agli dèi immaginari e alle opzioni soggettive che gli altri membri della sua comunità continuano ad adorare e a pretendere come diritti?

 

Se la ragione moderna non è in grado di persuadere gli uomini a difendere la propria comunità fondata sulla ragione contro l’esplosione di “inquietanti patologie della religione e della ragione”, che cosa allora può essere in grado di convincerli?

 

La ragione moderna - prosegue il pensatore di Atlanta - ha prodotto il proprio universo cieco e capriccioso dentro il quale l’uomo si è trovato inspiegabilmente inserito, in cui non esiste la libertà, perché la materia, l’irrazionalità, non può dare origine allo spirito, alla razionalità.

 

Ma senza libero arbitrio e ragione, come possono esistere uomini ragionevoli e responsabili? E senza questi ultimi, come possono darsi comunità nelle quali la dignità umana viene difesa dall’umiliazione della forza, delle scelte individuali?

 

Socrate ha sacrificato la sua vita per testimoniare che non era la scelta arbitraria, l’animalità edonista ad avere l’ultima parola nell’esistenza umana, e se Platone ha cercato, per questo, di delineare nella Repubblica uno stato ideale governato dal Bene, contemplato dai filosofi-re, Aristotele ha distinto queste due funzioni, ordinandole una all’altra, come la prudenza alla sapienza, la vita attiva, civile a quella contemplativa.

 

Essi hanno visto che c’era un giudice più alto, il logos.

 

 

Logos

 

 

La liberazione di Fedone, lo schiavo, fu il simbolo della missione di Socrate.

 

Socrate, continua Harris (ibidem, p.3), odiava anche solo l’idea della schiavitù - della schiavitù di altri uomini, ma anche delle opinioni (cito, solo per fare un esempio, Menone XXXIX), delle passioni egoistiche. Credeva che la ragione potesse liberare l’uomo da tutte le forme di schiavitù che caratterizzano la ragione umana. Avrebbe protestato contro l’idea di un Dio che converte con la violenza, di un Dio che incute paura, ma anche combattuto con tutta la forza della ragione contro chi insegnasse che l’universo è indifferente, che si deve professare la neutralità valoriale (cito solo Alcibiade XI), che la libertà è un’illusione, che la nostra mente è un fantasma.

 

Conclude Harris che nel suo commovente ed eroico discorso di Regensburg, Joseph Ratzinger ha scelto di recitare la parte di Socrate: non ha voluto darci risposte dogmatiche, ma, come non dirà, perché sospeso alla Sapienza “della croce” (Roma docet), “a sollecitare il coraggio per la verità”.

 

Il 5 giugno del 1979 il NYT concludeva un editoriale in questi termini: 

 

“As much as the visit of John Paul II must reinvigorate and reinspire the Roman Catholic Churc in Poland, it does not threaten the political order of the [ Polish ] nation or of Eastern Europe.”

 

Commenta, citando questo articolo, George Weigel (“How Benedict XVI Will Make HistoryNewsweek, April 12, 2008):

 

“According to one such filter, religious and moral convinction is irrelevant to shaping the flow of contemporary history. They may give meaning to individual lives; but change history? Please. The world has outgrown that.”

 

E continua: “May [Benedict XVI] have had his own June 1979 moment – a moment that was missed, or misunderstood, at the time [?].”

 

Egli risponde di sì: quel momento, infatti, fu costituito dalla lezione su “fede e ragione” di Regensburg.

 

 

einstein

 

 

Nell’Enciclopedia Rizzoli Larousse troviamo questo giudizio su Einstein: “Per la genialità delle sue concezioni, per la profondità di pensiero, per l’influsso su intere generazioni di studiosi, Einstein deve essere considerato uno dei maggiori, se non il più grande scienziato di tutti i tempi.

 

Se è vero che Einstein è il più grande scienziato, Aristotele sarà il più grande fra i filosofi, come Dante stesso scrive nell’Inferno (IV, 130-2). Tanto per dare solo un acconto della grandezza di questo pensatore, e del suo dell’influsso sulla cultura moderna, si legga E. Berti, The Present relevance of Aristotle’s thought, Lecture held at University of Creta, october 1995 (unpublished).

 

Ad un recente simposio svoltosi il 19 aprile 2008 presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su Matrimonio e Famiglia, il prof. Brice De Malherbe ha definito, invece, Papa Benedetto XVI  come “il Teologo”, Theologus, come Aristotele era il “Philosophus” per l’Angelico.

 

Pensiamo che questo giudizio sia insuperato e, forse, insuperabile: il Vescovo di Roma, Servus servorum Dei, è l’icona di Cristo, del “dolce Cristo in terra”, di colui che disse : “Unus est magister vester, Christus”.

 

La liberazione dalla schiavitù del relativismo e della violenza costituirà la missio di Papa Benedetto XVI, il suo modo di orientare la storia. Ne vedrà i frutti, come il Servo di Dio Giovanni Paolo II potè contemplare il crollo del comunismo con la caduta del Muro di Berlino?

 

 

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NOTIZIA SULL’AUTORE

 

 

PAOLO GASPARINI è nato nel 1962 in provincia di Treviso, attualmente vive a lavora a Roma. Medico chirurgo e bioeticista perfezionato all’Università Cattolica del S. Cuore e al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, da vari anni si interessa di teologia morale e filosofia, associate ai temi della bioetica e alla cosiddetta “nuova evangelizzazione”. Dal 2 aprile 2007 è il responsabile del portale di spiritualità, informazione e cultura di ispirazione cristiana Il Fuoco Necessario.

 

 

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