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La carità intellettuale del papa teologo

di Paolo GASPARINI

Sono rimasto molto colpito,
qualche anno fa, da una conferenza del p. T. Spidlik, oggi cardinale di Santa Romana Chiesa, in
cui veniva descritto il modo di vedere della
fede e della ragione, filosofica ed empirica, con tre metafore: l’icona, il ritratto e la fotografia.
T. Jefferson, uno dei padri della Costituzione
americana, nominò F. Bacone,
J. Locke e I. Newton “la mia trinità,
composta dei più grandi uomini che il mondo
abbia mai prodotto, che hanno gettato le fondamenta delle scienze
fisiche e morali” (cf. J. F.
Stafford, in L’Osservatore Romano del 25/4/08, p.4).
In questa affermazione troviamo, se così si
può dire, un distillato della “autolimitazione moderna della ragione” (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’Università di Regensburg,
12 settembre 2006).
“Ratzinger…non
ha alcun problema con le verità rivelate dalla
scienza moderna…non ha da intavolare nessuna polemica con
Darwin, Einstein o Heisenberg.
Ciò che lo infastidisce è l’idea che la ragione scientifica sia la sola
forma di ragione e che qualsiasi cosa che non sia scientificamente
dimostrata debba essere esclusa dall’universo della ragione.” (Lee Harris,
Il Foglio, 21 settembre 2006,
p.1 dell’inserto).
Continua Harris:
“la soluzione classica che offre la ragione
moderna per i problemi dell’etica e della religione è…lasciare che ogni
individuo decida autonomamente su tali questioni, in qualsiasi modo
desideri” (ibidem, p.2), e più avanti, “se l’uso della ragione o della
violenza (della irrazionalità, della emozione, si può aggiungere) viene lasciato interamente
alla scelta soggettiva dell’individuo, allora coloro che scelgono la
violenza (i desideri, i capricci, i gusti individuali) distruggeranno inevitabilmente
la comunità di coloro che hanno scelto la ragione…poiché essere un uomo ragionevole
implica il desiderio di vivere in una comunità formata da altri uomini
ragionevoli”.
Quindi, “la ragione moderna, malgrado il
suo scetticismo sull’etica e la religione, deve rendersi conto del
fatto che la sua stessa esistenza e la sua sopravvivenza dipendono da
un postulato etico e religioso. Il primo è quello di fare tutto il
possibile per creare una comunità di uomini
ragionevoli che si astengano dalla violenza (dall’irrazionalità) e
preferiscano usare la ragione. Il secondo, quello di preferire la
religione che contribuisce di più a creare una comunità di uomini ragionevoli”.
Ora, “per quale miracolo gli
uomini hanno rinunciato alla forza bruta (la dittatura dei desideri) e hanno deciso di ragionare
insieme”? J. Herder, storico, discepolo di Kant, continua Harris,
disse che in Europa, e solo in Europa, gli uomini hanno
creato la cultura della
ragione.
Cultura
della ragione è quella in cui l’ideale del dialogo socratico, da una
parte assertivo, con una sicurezza di sapere e di pensiero che può
apparire persino dogmatica, conclusiva – come nel Fedone,
la Repubblica, il Flebo – e dall’altra open-ended,
disponibile all’elaborazione del fruitore/lettore, sottraendosi, così, “socraticamente”
alla possibile accusa di professare una sapienza dogmatica, ma senza tuttavia
ricadere nel nichilismo scettico dei Sofisti, perché proponeva
come metodicamente praticabile la ricerca della verità (cfr. M. Vegetti, Platone, Mondadori,
2008, p. 821, 827, 828, 833) è diventato il fondamento dell’intera
comunità (Harris, ivi, pag. 2).
Insomma, cultura della ragione è
quella in cui Socrate incoraggia gli uomini a ragionare con la propria testa: se l’anima deve mantenere
il suo ruolo di mediazione (e non di alternativa)
fra le polarità di “alto” (trasparente, permanente, universale) e
“basso” (opaco, instabile, frammentato), tra i valori e la città, tra
la conoscenza degli universali e dei particolari, allora il pensiero
dell’uomo, dell’anima, apre un transito, una possibilità di
comunicazione fra le coppie polari, assume una nuova e più ampia
curvatura (M. Vegetti, ibidem, p. 837, 895).

Secondo Herder,
continua Harris, la moderna ragione
scientifica era il frutto delle culture della ragione europee, come
queste ultime erano il frutto dell’incontro della tradizione di
Gerusalemme, la fede biblica, e di Atene, la ricerca filosofica greca, “con
la successiva aggiunta dell’eredità romana”.
Una prova che dimostra il debito
della ragione moderna verso l’eredità cristiana
sta sia nella critica della ragione moderna formulata da A. Schopenhauer,
filosofo ateo, sia nella convergente idea galileiana di universo
scritto a lettere matematiche, derivante dalla realtà di fede della
creazione ex nihilo (per Galilei), e
da un Creatore intelligente ma immaginario, per il primo.
A J. Ratzinger, tuttavia, basta sottolineare quanto questa concezione immaginaria di
Dio sia radicalmente diversa, continua Harris,
sia da quelle di altre religioni, sia da quelle di alcuni pensatori
cristiani stessi. Inoltre, collegato al concetto di Dio Creatore
intelligente, sta quello di Dio che si comporta in modo ragionevole con
l’uomo, è un mentore, proprio come Socrate: un Dio di cui avere paura
non sarà mai un’immagine di Dio degna di essere adorata da un Socrate o da un uomo ragionevole.
Il Papa ha, in realtà, lanciato una sfida titanica alla ragione
moderna: è davvero una questione di stile di vita, di scelta
individuale, di privacy se gli uomini seguono non solo una
religione ma anche un ethos che rispetta la ragione umana e si
rifiuta di ricorrere alla violenza o alle preferenze individuali per
fare nuovi convertiti e per soddisfare le proprie voglie?
Persino l’ateo più convinto può
davvero rimanere indifferente di fronte agli
dèi immaginari e alle opzioni soggettive che gli altri membri della sua
comunità continuano ad adorare e a pretendere
come diritti?
Se la ragione
moderna non è in grado di persuadere gli uomini a difendere la propria comunità fondata sulla ragione
contro l’esplosione di “inquietanti patologie della religione e della
ragione”, che cosa allora può essere in grado di convincerli?
La ragione moderna - prosegue il
pensatore di Atlanta - ha prodotto il proprio universo cieco e capriccioso
dentro il quale l’uomo si è trovato inspiegabilmente inserito, in cui
non esiste la libertà, perché la materia, l’irrazionalità, non può dare
origine allo spirito, alla razionalità.
Ma senza libero
arbitrio e ragione, come possono esistere uomini ragionevoli e
responsabili? E senza questi ultimi, come
possono darsi comunità nelle quali la dignità umana viene difesa dall’umiliazione della forza, delle
scelte individuali?
Socrate ha sacrificato la sua
vita per testimoniare che non era la scelta arbitraria, l’animalità
edonista ad avere l’ultima parola nell’esistenza umana, e se Platone ha
cercato, per questo, di delineare nella Repubblica
uno stato ideale governato dal Bene, contemplato dai filosofi-re, Aristotele ha distinto queste
due funzioni, ordinandole una all’altra, come
la prudenza alla sapienza, la vita attiva, civile a quella
contemplativa.
Essi hanno visto che c’era un
giudice più alto, il logos.

La liberazione di Fedone, lo schiavo, fu il simbolo della missione di
Socrate.
Socrate, continua Harris (ibidem,
p.3), odiava anche solo l’idea della
schiavitù - della schiavitù di altri uomini,
ma anche delle opinioni (cito, solo per fare un esempio, Menone XXXIX), delle passioni
egoistiche. Credeva che la ragione potesse liberare l’uomo da tutte le
forme di schiavitù che caratterizzano la ragione umana. Avrebbe
protestato contro l’idea di un Dio che converte con la violenza, di un
Dio che incute paura, ma anche combattuto con tutta la forza della ragione contro
chi insegnasse che l’universo è indifferente, che si deve professare la
neutralità valoriale (cito solo Alcibiade XI), che la libertà è
un’illusione, che la nostra mente è un fantasma.
Conclude Harris che nel suo commovente ed eroico discorso di
Regensburg, Joseph Ratzinger ha scelto di recitare la parte di
Socrate: non ha voluto darci risposte dogmatiche, ma, come non
dirà, perché sospeso alla Sapienza “della croce”
(Roma docet), “a sollecitare il coraggio per la verità”.
Il 5 giugno del
1979 il NYT concludeva
un editoriale in questi termini:
“As much as the visit of John Paul II must reinvigorate
and reinspire the Roman Catholic Churc in Poland, it does not threaten the political
order of the [ Polish ] nation or of Eastern Europe.”
Commenta, citando questo
articolo, George Weigel (“How Benedict XVI Will Make History”
Newsweek, April 12, 2008):
“According to one such filter,
religious and moral convinction is irrelevant to shaping the flow
of contemporary history. They may give meaning to individual lives; but
change history? Please. The world has outgrown that.”
E continua: “May [Benedict
XVI] have had his own June 1979 moment – a moment
that was missed, or misunderstood, at the time [?].”
Egli risponde di sì: quel momento,
infatti, fu costituito dalla lezione su “fede e ragione” di Regensburg.

Nell’Enciclopedia Rizzoli Larousse
troviamo questo giudizio su Einstein: “Per la genialità delle sue concezioni,
per la profondità di pensiero, per l’influsso su intere generazioni di
studiosi, Einstein deve essere considerato
uno dei maggiori, se non il più grande scienziato di tutti i tempi.”
Se è vero che Einstein è il più grande scienziato, Aristotele sarà il più grande fra
i filosofi, come Dante stesso scrive nell’Inferno (IV, 130-2). Tanto per
dare solo un acconto della grandezza di questo pensatore, e del suo dell’influsso
sulla cultura moderna, si legga E. Berti, The Present
relevance of Aristotle’s thought, Lecture held at University of Creta, october
1995 (unpublished).
Ad un recente simposio svoltosi
il 19 aprile 2008 presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per
studi su Matrimonio e Famiglia, il prof. Brice
De Malherbe ha definito, invece, Papa Benedetto XVI
come “il Teologo”, Theologus, come Aristotele era il “Philosophus”
per l’Angelico.
Pensiamo che questo giudizio sia
insuperato e, forse, insuperabile: il Vescovo di Roma, Servus servorum
Dei, è l’icona di Cristo, del “dolce Cristo in terra”, di colui che disse
: “Unus est magister
vester, Christus”.
La liberazione dalla schiavitù
del relativismo e della violenza costituirà la missio
di Papa Benedetto XVI, il suo modo di orientare la storia. Ne vedrà i
frutti, come il Servo di Dio Giovanni Paolo II potè
contemplare il crollo del comunismo con la caduta del Muro di Berlino?
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Paolo Gasparini - Il Fuoco
Necessario
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NOTIZIA SULL’AUTORE
PAOLO
GASPARINI è nato nel 1962 in provincia di Treviso, attualmente vive a lavora a Roma. Medico chirurgo
e bioeticista perfezionato all’Università
Cattolica del S. Cuore e al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per
studi su matrimonio e famiglia, da vari anni si interessa
di teologia morale e filosofia, associate ai temi della bioetica e
alla cosiddetta “nuova evangelizzazione”. Dal 2 aprile 2007 è il
responsabile del portale di spiritualità, informazione e cultura di ispirazione cristiana Il
Fuoco Necessario.
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